Lettering, questione di carattere

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Dalla street art all’animazione, passando per l’advertising e le insegne dipinte a mano, fino ad arrivare alle collaborazioni con brand di moda: Davide Pagliardini e le varie declinazioni dell’arte del lettering.

Se la calligrafia è l’arte di saper scrivere – con una tradizione e delle regole ben precise –, e la tipografia è il processo industrializzato del poter scrivere, comporre e stampare, il lettering è un po’ il processo che sta in mezzo alle due. “Sono lettere disegnate ad hoc per uno spazio ben specifico”, spiega Davide Pagliardini. E le sue, di lettere, nascono da un percorso di studi eterogeneo e da diverse passioni che si uniscono: quella della street art e dell’hip hop, assieme alla cultura degli skate e dei surfisti, senza mai dimenticare la tipografia più classica e tradizionale. Un mix di influenze, stimoli e media che genera opere d’impatto, originali e contemporanee, declinabili a qualunque campo della comunicazione visiva. Perché il lettering non è solo una questione di lettere, ma anche di carattere.

 

Qual è il percorso che ti ha portato a al lettering?
Ho intrapreso il percorso della creatività, diciamo, da giovane. Ho frequentato La Scuola del Libro, liceo artistico di Urbino. Un istituto molto particolare perché dava la possibilità di cambiare specializzazione ogni due mesi. Così ho avuto modo di toccare con mano anche tecniche antiche di secoli, che oggi sono in pochi a portare avanti. Parlo di tecniche di stampa come la calcografia, la xilografia e la litografia. Ma ho anche studiato cinema, animazione tradizionale, legatoria e restauro del libro, assieme alla stampa a caratteri mobili. L’amore per il disegno si è rafforzato durante questi anni. Ho poi  proseguito gli studi a Milano, dove mi sono specializzato in grafica pubblicitaria e art direction, per provare a esplorare anche il campo del digitale. Si può dire che il mio percorso di studi è ampio e non sempre troppo specifico. Tutto ciò ha influenzato molto la mia figura professionale e il mio lavoro.

Con un percorso così eterogeneo, come definisci la tua professione?
Difficilmente lo faccio con una sola parola. Diciamo che non dico di essere né un calligrafo né un animatore. Sono un visual designer. La comunicazione visiva è il mio campo, ed è ciò di cui mi occupo, ma con un’esperienza e una conoscenza che mi dà la possibilità di farlo a 360 gradi.
Nello specifico, poi, faccio tre cose: motion design e animazione digitale, insegnamento e lettering vero e proprio.

Tra tutte le forme di espressione cosa ti ha spinto a scegliere di fare lettering?
È una passione che, in realtà, nasce un po’ per caso, forse uno strascico dell’amore per i graffiti che avevo quando ero piccolo. Uno dei miei primi lavori di autopromozione è il progetto che mi ha riavvicinato e spinto verso il lettering. Si tratta di BrokenBoards: tavole da skate rotte che ho tenuto da parte e ho ridipinto con composizioni di lettere molto decorate e che ho riproposto online come oggetti di arredo. Da qui sono arrivate le prime commissioni. Il committente raccontava una storia che io sintetizzavo su una tavola con un mix di lettering e grafica. Il tutto fatto rigorosamente a mano. È stato questo progetto a farmi intravedere nel lettering la possibilità di farne una vera e propria professione da intraprendere. Così, è diventato una parte importantissima del mio lavoro.

Come nascono le tue lettere?
Da diverse passioni che si uniscono: quella per i graffiti e l’hip hop americano – dove il lettering è molto presente –, assieme all’immaginario, vario e coloratissimo, di skater e surfisti. A queste passioni bisogna aggiungere lo studio dei maestri tradizionali e della tipografia tradizionale. Le mie lettere prendono vita da questo mix di interessi e suggestioni. Mi piace prendere queste influenze molto diverse tra di loro e cercare di mescolarle e fonderle il più possibile, con l’intento di creare qualcosa di nuovo e originale, che sia di impatto ma che non risulti vecchio.

Qual è il processo di creazione che sta dietro ai tuoi lavori?
A seconda della richiesta, la cosa più importante sono sempre le fonti di ispirazione. Cose molto diverse e apparentemente lontane tra loro che mixo durante la realizzazione dei bozzetti preparatori, da adattare alla commissione e alla richiesta dello specifico artwork. Da una bozza si passa poi a un disegno più definito, a volte in un formato più grande, in maniera molto classica: utilizzo un foglio da lucido sopra la bozza o un tavolo luminoso per definire le forme con la china. Altre volte finalizzo il disegno direttamente in digitale, con una tavoletta grafica. Dipende sempre un po’ dalla destinazione finale dell’illustrazione.

Quali sono gli utilizzi e le applicazioni della tua professione?
Direi illimitati. In un’epoca in cui siamo letteralmente circondati, se non bombardati, da messaggi testuali, il lettering è applicabile a qualunque cosa: packaging di prodotti, riviste e insegne pubblicitarie. Da qualche anno a questa parte stiamo vivendo un vero e proprio ritorno del fatto a mano, che ormai è una vera e propria moda. In Italia, poi, sono tornate di moda le lavagne e le insegne disegnate a mano. Una tradizione tipicamente inglese e americana, ma che in passato era molto forte anche qui in Italia. Il lettering poi è molto richiesto anche nel campo della pubblicità e nell’abbigliamento. È questa la sua bellezza: mille modi e forme diverse di applicazione che mi danno la possibilità di lavorare – e spesso anche tanto – in tanti campi diversi.

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