L’adolescenza: ribelli “per forza”

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Nessuna ricetta è infallibile perché non ci sono verità assolute, così come non ci sono genitori infallibili. Ma per capire l’adolescente bisogna innanzitutto capire che tipo di genitori si è, a cominciare da che tipo di adolescenti si è stati. Un libro per genitori, ma anche educatori e insegnanti, qui presentato in questa chiacchierata con Marco Pangos, autore di un interessante volume edito da Tecniche Nuove.

È esperienza comune che l’adolescenza sia un periodo molto difficile da capire e da gestire, una fase del ciclo di vita che crea muri, allontana e mette in crisi oltre che loro – gli adolescenti – anche intere famiglie. Con l’adolescente si sbaglia sempre, e parlare a quei ragazzini incappucciati con la musica a palla nelle orecchie è un po’ come camminare sulle uova. Una distanza che va compresa, racconta Marco Pangos – psicologo dello sviluppo e counselor della Gestalt e autore del libro “I tre tipi di ribellione adolescenziale” – perché per capire l’adolescente e i suoi bisogni bisogna innanzitutto capire un po’ se stessi. Un viaggio che porta l’adulto a farsi delle domande e a occuparsi anche della propria parte adolescente, in un lavoro su se stessi che sorprende e accoglie. Un percorso che trova anche nel confronto con le grandi pedagogie – dalla psicoanalisi, al comportamentismo, a Piaget fino alla Teoria dell’Attaccamento – interessanti spunti di conoscenza.

Adolescenti ribelli e stili genitoriali

Per un adolescente, la connotazione di “ribelle” fa un po’ parte del suo DNA, racconta Pangos, ma con sfumature che possono fare la differenza e sfociare in comportamenti disfunzionali e quindi col tempo anche patologici: una ribellione che può essere “sana”, ma anche “non sana” o una “non ribellione”. Cosa fare quindi? Innanzitutto capire che tipo di adolescenti siamo stati e quali genitori siamo adesso. Evitando forme non proprio adeguate, tipiche della modernità. Marco Pangos descrive quelli che sono alcuni stili genitoriali che lui incontra nella sua professione di psicologo, ma anche che leggiamo sui giornali: “dal genitore sindacalista che difende a spada tratta tutto quello che fanno i figli, al genitore bancomat, rinuncia a insegnare i reali bisogni, al genitore amico che riduce la distanza coi figli forse perché non riesce lui stesso a crescere, al genitore rivale che si mette in competizione togliendo spazio e visibilità, al genitore svalutante che impedisce l’autostima dei propri figli, e infine il genitore criminale, che usa violenza fisica o psicologica, coperto dall’omertà di intere famiglie”.

Come gli argini di un fiume

Marco Pangos

Pangos usa una metafora molto efficace per descrivere le dinamiche educative. “L’adolescente”, racconta, “è come un fiume in piena che il genitore deve contenere, fermare, indirizzare. Deve essere come gli argini del fiume, che contengono, fermano e indirizzano”. Ci sono tre grande categorie di approcci che caratterizzano il genitore, ma anche l’educatore o l’insegnante. “Il primo è quello permissivo, quello che dice ‘fai come credi’, che non mette argini e non impedisce le esondazioni. Ma gli adolescenti necessitano di regole, di conflitto sano senza il quale la ribellione non ha senso; la permissività toglie l’opportunità di un confronto, mentre gli argini sono come abbracci di contenimento”. Da un estremo all’altro, questo primo stile si contrappone a quello autoritario, che si oppone come una diga al fiume in piena e che non lascia spazio per il dialogo, ‘è così e basta’. Cosa resta quindi? La strada giusta, il “giusto mezzo aristotelico”, è quella che lascia spazio per i no e i sì con una chiara distinzione di ruolo: “il figlio fa il figlio e il genitore fa il genitore, senza aver bisogno di aderire ciecamente ai propri principi a priori, ma dando regole che possono essere rinegoziate a seconda dell’evoluzione della situazione”. È lo stile autorevole, quello che ogni genitore dovrebbe cercare di perseguire: “perché quello che ‘uccide’ un adolescente”, avverte Pangos “è l’indifferenza, un genitore che non c’è. Aristotele diceva che siamo animali sociali, e abbiamo bisogno della conferma come della disconferma, ed è l’indifferenza, o non presenza, a creare i maggiori malesseri”.

Mettersi in discussione (senza esagerare)

L’adolescente ci mette in contatto con una parte di noi sopita e ha il potere anche di ‘sconquassarci’, spiega Pangos. “Per questo ci sono i genitori che si mettono sempre in discussione – che equivale a non farlo mai – oppure quelli che non riescono a farlo perché significherebbe mettere in discussione i valori e i modelli della propria famiglia, l’eredità di tradizione familiare e culturale, che magari non è più adeguata o non funzionale al contesto attuale”. Mettersi in discussione è difficile quanto utile, per i propri figli e noi stessi. Ma in che modo?

 

Capire se stessi per capire l’adolescente

Per capire i propri figli – e i loro bisogni – bisogna un po’ capire se stessi, afferma Pangos: “Un lavoro che permette di chiudere i conti, fare un viaggio con se stessi e relazionarsi agli adolescenti in maniera pulita, senza distorsioni, senza proiettare su di loro ciò che ci è mancato e che ci impedisce di vederli, ascoltarli in maniera sincera, sintonizzandosi e captando i segnali che costantemente ci mandano”.

La conoscenza: pro e contro

Credit by Freepik

Ma a volte non è facile sapere cosa fare, e spesso siamo bombardati dalle mode e dalle pedagogie del momento. Quanto è importante informarsi, conoscere e quanto a volte potrebbe essere controproducente? Perché non sempre i consigli sono fatti per essere ascoltati, afferma Pangos, e si sono diffuse diverse pratiche educative sbagliate che hanno messo al centro i bisogni degli adulti e non quelli dei bambini: “per esempio, la teorizzazione del sonno che vorrebbe fare addormentare i bambini piccoli con metodi di ‘addestramento’ per liberarsi da pianti estenuanti. Oppure la cultura alimentare degli anni 50-60, che imponeva che i bambini dovessero mangiare a orari prestabiliti anche se non avevano fame: un’abitudine – tipica della cultura americana e importata anche in Italia per fortuna con minor impatto e minori danni – che ha comportato generazioni di obesi e che nasceva dalla convinzione che i bambini dovessero crescere in fretta, senza sintonizzarsi sulla loro natura. Un invito quindi ad ascoltarsi e a non dipendere dai condizionamenti dei “guru” di turno: come era scritto sul Tempio di Apollo “conosci te stesso e i tuoi limiti”.

E se ci si accorge di avere sbagliato?

“Innanzitutto non siamo infallibili”, rassicura lo psicologo, “e poi se ci si accorge di avere sbagliato quando oramai i giochi sono fatti, una cosa che si può fare è sedersi accanto al figlio e – senza acrobazie –  parlare a cuore aperto: un ‘mi dispiace’ avvicina le persone e può essere un momento di confronto importante e di crescita per entrambi”. In altre parole, stare nel “qui e ora” imparando ad ascoltare senza invadere e cercando di essere coerenti con se stessi, e non lasciare che gli anni volino senza che ce ne accorgiamo.

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