Più STEM per tutti!

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Una didattica inclusiva che utilizzi linguaggio e strumenti adeguati può aiutare a superare gli stereotipi di genere, che vorrebbero le bambine “inferiori” ai bambini nelle materie scientifiche. Dati ed esperienze a confronto.

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L’acronimo STEM deriva dall’inglese Science, Technology, Engineering and Mathematics e viene utilizzato per indicare i corsi di studio e le scelte educative volte a incrementare la competitività in campo scientifico e tecnologico. La classificazione degli insegnamenti come STEM ha implicazioni in vari ambiti, non solo educativi, coinvolgendo, in alcuni stati, anche l’ambito della difesa, dell’immigrazione e della lotta alle disparità di genere.

Non esistono differenze cognitive

Un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Nature il 25 settembre 2018 mette fine quasi definitivamente agli stereotipi di genere sugli STEM, almeno su quello che presupporrebbe l’esistenza di differenti abilità tra maschi e femmine. Anzi, gli autori affermano che meno donne, rispetto agli uomini, perseguono carriere scientifiche nonostante le ragazze superino i ragazzi a scuola nelle materie STEM. Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno confrontato le differenze di genere nei voti accademici in oltre 1,6 milioni di studenti. Non pochi. E i risultati hanno dimostrato che, complessivamente, le ragazze hanno avuto voti significativamente più alti rispetto ai maschi del 6,3%.

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Le STEM e le donne in Europa…

La presenza femminile nelle scuole superiori e nelle facoltà scientifiche è inferiore rispetto a quella degli uomini, in Europa. Secondo il rapporto Women Digital Age della Commissione Europea, pubblicato l’8 marzo 2018, c’è un forte gap di genere fra le donne e gli uomini che decidono di prendere parte al settore digitale: solo il 24,9% delle donne si laurea in settori legati alla tecnologia e tre volte superiore è la percentuale degli uomini nello stesso ambito. Sono perciò state messe in campo azioni che nei prossimi anni aiuteranno un maggior numero di donne a partecipare al settore digitale. Ad esempio: la Rete europea per le donne nel digitale promuoverà il coordinamento delle organizzazioni che condividono idee ed esperienze per un settore digitale orientato verso i profitti delle ragazze e delle donne. Inoltre saranno indetti premi per le start-up tecnologiche guidate da donne. Infine, alla conferenza Digital4her tenutasi a Bruxelles il 18 giugno 2018, le aziende tecnologiche hanno firmato una dichiarazione che li ha impegnati a implementare azioni concrete per raggiungere l’equilibrio di genere nelle aziende. L’analisi più recente sull’argomento è stata pubblicata l’11 ottobre 2018 dall’Eige, European Institute for Gender Equality: in essa si afferma che le materie STEM sono “le più discriminatorie per genere”, nel sistema educativo europeo. Nell’ultima decade, si legge nello studio, la percentuale di donne laureate in materie STEM è diminuita, dal 23 al 22%. Nel mercato del lavoro le donne occupate in ambiti STEM sono invece rimaste pressoché stabili al 14%. Nell’area Ict (Information and Communication Technology), in particolare, le donne rappresentano solo il 17% degli 8 milioni di specialisti che vi lavorano in Europa. Si tratta, tra l’altro, di un settore in cui l’Europa dovrebbe subire una carenza di più di 500mila posti di lavoro entro il 2020 e in cui le donne che vi lavorano oggi sono pagate meglio rispetto ad altre professioni.

…e in Italia

Per quanti riguarda l’Italia, secondo i dati del ministero dell’Istruzione, sono appena il 35% le studentesse che si orientano verso le discipline STEM all’università, ma la percentuale crolla al 15,2% per la laurea specifica in scienze tecnologiche e informatiche. È anche vero che, ad esempio, le laureate in ingegneria sono quasi un terzo dei laureati totali, ma persiste comunque un divario che inizia già dalla scelta della scuola secondaria superiore: le studentesse scelgono in misura molto maggiore i licei, il 68% delle ragazze contro il 32% dei ragazzi, ma soprattutto quello classico.

È partito un progetto di studio di un anno dell’Università Bicocca di Milano, guidato dalla professoressa di Sociologia della Cultura Carla Leccardi, condotto dalla ricercatrice del Dipartimento di Sociologia Sveva Magaraggia e finanziato dall’azienda di giocattoli Mattel, che mira a far emergere gli orizzonti lavorativi dei bambini. “È un focus group che utilizza tecniche qualitative, condotto sulle seconde e quarte elementari e sull’ultimo anno di una materna, in totale una quarantina di bambini per fascia di età, più una classe di asilo”, spiega Sveva Magaraggia, che prosegue: “Giocando con loro, utilizzando il disegno, facendo loro domande su cosa vorranno fare da grandi, il nostro team di ricerca cercherà di capire quali sono le aspettative dei bambini italiani, da grandi. Mattel ci ha lanciato questa sfida a partire da uno studio di alcune università americane che ha notato la presenza di stereotipi di genere nelle bambine già dai 5/6 anni. Il nostro studio non sarà quantitativo, bensì un approfondimento, anche con gli insegnanti, per verificare se ci sono differenze di aspettative tra bambini e bambine. I primi risultati verranno divulgati a ottobre dell’anno prossimo”.

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