Questioni di identità

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Un breve viaggio tra gli stereotipi di genere e la crescente attenzione a come non assecondarli.  Anche in cartoleria.

Tra pochi giorni riprende la scuola e questo è il momento in cui le famiglie completano gli acquisti di inizio d’anno: c’è stato l’astuccio da ricomprare (o da rifornire), i quaderni indicati dall’insegnante da cercare (con righe di II, III o IV, con margine o senza margine, con quadretti grandi o piccoli) e tutto il mondo di accessori legati alle attività scolastiche.

Ebbene, il tema che abbiamo scelto per questo numero estivo parte da una semplice osservazione: nella cartoleria (così come accade nell’abbigliamento), quasi tutta l’offerta, almeno per la scuola primaria, appare fortemente diversificata e caratterizzata da articoli “da maschio” o “da femmine”, sia come colori, sia come soggetti. Astucci, zaini, quaderni sono spesso o per maschi o per femmine, e la ricerca della tonalità neutra è ardua e quasi impossibile: astuccio rosa delle principesse o fatine per le bambine o nerazzurri (o rossonero o bianconero, per non fare torto a nessuno) per i maschietti, quaderni brillantinosi con colori perlacei per le bambine o con sfreccianti macchine da corsa per i maschietti e dagli eroi maschili del momento.

Perché è così difficile trovare il colore neutro? Qual è la filosofia che regge le scelte di marketing, che spesso porta a differenziare i gusti in categorie stereotipate? Che tipo di consapevolezza – e quindi anche responsabilità – sostiene questa scelta? Sì, perché se da un lato si cerca di interpretare le inclinazioni degli acquirenti, dall’altro si cerca anche un po’ di orientarli, influenzando inevitabilmente anche i comportamenti e ovviamente le rappresentazioni mentali.

Attirati da un consapevole desiderio di conoscenza e di sapere, ci siamo fatti delle domande e le abbiamo rivolte anche ad alcuni produttori del settore stationery. Non sono state molte le risposte, dobbiamo riconoscerlo, forse perché è un mondo non ancora così pronto a darsele. Tuttavia qualcuno illuminato c’è stato – anche questo dobbiamo riconoscerlo – e vogliamo ringraziarlo per aver accettato la nostra sfida di affrontare un tema non così scontato e forse un poco scomodo. Ma prima di passare alle loro risposte, abbiamo cercato di capire cosa siano gli stereotipi di genere, quali i più diffusi, e perché sia così importante andare nella direzione opposta. O quanto meno consapevole. E per farlo abbiamo interpellato la pedagogista Laura Spinelli che realizza degli incontri nelle classi con ragazzi, docenti e genitori della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado, nell’ottica dell’orientamento, della prevenzione della violenza di genere e del bullismo.

Cosa sono gli stereotipi

Ma partiamo dall’inizio, e quindi da cosa sono gli stereotipi in generale e in particolare gli stereotipi di genere. Sono degli schemi precostituiti che ci aiutano a decodificare, a comprendere la realtà semplificandola (stereotipo=stereo e typos, due parole greche che significano duro, solido e immagine, quindi “immagine rigida”), spiega Laura Spinelli. Solitamente hanno a che fare con conoscenze semplificate riferite a un gruppo sociale, quindi riguardano le idee che si hanno sulle altre persone, e che vengono raggruppate in categoria precise. Al contrario dei pregiudizi, gli stereotipi non sono per forza negativi, ma hanno il limite di essere schemi generali che servono a semplificare la percezione dell’ambiente annullando le caratteristiche individuali degli individui. La generalizzazione produce una scarsa attenzione ai dettagli e alle differenze, ed è per questo che in un’ottica sistemica che vuole considerare tutte le parti di un tutto come significative, lo stereotipo porta a una visione non completa della realtà.

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Stereotipi sull’infanzia

La tendenza a creare stereotipi, quindi, riguarda le credenze in base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di persone. L’infanzia subisce stereotipi (e pregiudizi, quindi con connotazione negativa) che l’accomunano al mondo adulto, quindi razziali, regionali, di classe, di sesso e di genere che ne condizionano lo sviluppo. Per fare un esempio, nell’allattamento c’è chi giustifica il fatto che i maschi beneficino di uno svezzamento più tardivo e di poppate più lunghe perché “le bambine diventano più indipendenti dei maschi”. Oppure è molto comune il classico stereotipo che vorrebbe che la bambina giocasse con le bambole e i maschi con le macchinine o i trenini, oppure quello che descrive le bambine più affettuose dei maschi, come se l’affetto fosse una prerogativa femminile e opposta all’“uomo che non deve chiedere mai” di una vecchia pubblicità. Stereotipi radicati in una visione della famiglia oldstyle e che si ritrovano anche nelle fiabe che raccontano di uomini che lavorano e di donne in attesa del principe azzurro. Stereotipi che hanno ovviamente incontrato e incontrano il dissenso di chi non si riconosce in questo modello femminile, e che creano ancora più confusione quando confondono quella che dovrebbe essere la “pari opportunità” con la “parità dei sessi”, che presume invece un adeguamento della donna al ruolo maschile. Perché come dice Elena Gianini Belotti nel suo libro “Dalla parte delle bambine”, “non esistono qualità ‘maschili’ e qualità ‘femminili’, ma solo ‘qualità umane’, e l’operazione da compiere dunque “non è di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene”.

 

Educare alla percezione delle differenze individuali

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Come quindi aiutare a far sì che le differenze non diventino disuguaglianze? All’inizio della scuola primaria le differenze di genere non vengono percepite come un segno di debolezza, spiega Spinelli, per le bambine non è qualcosa che le fa sentire inferiori. È poi crescendo che si percepisce una certa differenza, a causa del maggiore condizionamento sociale e culturale. Ecco perché il lavoro da fare è aiutare bambine e bambini, ragazze e ragazzi a riconoscere l’influenza degli stereotipi sulla propria visione del mondo, identificando e se producono pregiudizio, quindi prevaricazione e violenza di genere.

 

Purtroppo, infatti, come afferma Nadia Muscialini nel bel saggio “Di pari passo. Percorso educativo contro la violenza di genere”, “l’uso della violenza nelle relazioni d’amore finisce spesso per essere considerato da molti adolescenti come un correlato necessario”. E scuola e famiglia costituiscono i luoghi privilegiati per intervenire con un’azione di cultura e prevenzione.

Ma in che modo la differenza tra bambine e bambini si trasforma in disuguaglianza tra uomini e donne? “Non è sufficiente avere un papà che fa la spesa e una mamma che legge il giornale il sabato mattina per riuscire ad attribuire queste opportunità ai diversi generi”, scrivono Roberta Fregona e Cristina Quaranti in “Maschi contro femmine?”, “e quando i bambini e le bambine sintetizzano, facilmente utilizzano granitici stereotipi forgiati da una secolare tradizione di divisione dei ruoli (…). Per esempio in una scuola di Prato è stata presentata una foto con un gruppo di donne vestite di bianco, per i bambini erano cuoche, per le bambine dottoresse”.

 

Educare contro la violenza di genere

Il primo passo da compiere coi ragazzi è iniziare dai concetti di dignità e rispetto, spiega Spinelli, perché la dignità è un elemento fondamentale dei diritti umani. “Il rispetto”, afferma la pedagogista riprendendo le parole di Nadia Musialini, “è guardare le cose dalla giusta distanza (…). Se non riuscite a capire una persona è perché non siete alla giusta distanza, non vi mettete nei suoi panni, o siete troppo vicini o siete troppo lontani. Mentre nelle relazioni umane è importante considerare che ogni persona ha un diverso senso della distanza da tenere: esercitare il rispetto significa tentare di capire quale distanza fisica ed emotiva mantenere con ciascuna di esse”.

Altra parola chiave è libertà, perché nell’equilibrio dei diritti umani la libertà individuale trova il suo primo limite nel rispetto dell’altro: “la libertà è una grande conquista, dovrebbe essere garantita a ogni essere umano, ma spesso è utilizzata male perché non è temperata dalla responsabilità”.

 

Gli stereotipi più diffusi

Abbiamo detto che gli stereotipi sono un modo per semplificare la realtà: ci serviamo infatti di schemi precostituiti che diventano un filtro attraverso cui guardare quello che ci circonda ma non cogliamo gli aspetti che distinguono tra loro le singole persone o situazioni. Quindi da un lato l’uso degli stereotipi per vedere la realtà semplifica il compito, dall’altro fa sì che alcune nostre scelte si basino di fatto su poche informazioni reali. E inoltre, nei casi in cui le caratteristiche in base alle quali raggruppiamo le persone abbiano una connotazione negativa, cadiamo nel pregiudizio, basato sull’idea generale che si ha di una persona e non sulla reale conoscenza dell’altro.

Tra gli stereotipi, quelli di genere definiscono ciò che pensiamo debbano essere i comportamenti adeguati ai maschi o alle femmine. I più diffusi riguardano la divisione dei ruoli, che attribuisce all’uomo un ruolo attivo e lontano dall’ambiente domestico (un po’ come l’uomo cacciatore) e alla donna un ruolo passivo dedicato alla famiglia, alla cura dei figli e quindi collocato nell’ambiente domestico (un po’ “tutta casa e Chiesa”). Un altro stereotipo riguarda l’area emotiva, che descrive le donne più sensibili e gli uomini più razionali, efficienti, lucidi e capaci di giudicare in maniera distaccata. Legato a questo aspetto c’è lo stereotipo che riguarda le inclinazioni agli studi e che descrive la donna più predisposta agli studi umanistici e l’uomo a quelli scientifici (le cosiddette Stem: scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), e così per le stesse ragioni ci sarebbero mestieri maschili e altri femminili. Altro stereotipo riguarda la dipendenza affettiva ed economica, che descrive la donna legata alla presenza di un uomo che la sostenga sotto diversi aspetti e di un uomo che “non deve chiedere mai”, come diceva la pubblicità. Interessante è notare, tra l’altro, come le pubblicità abbiano il potere di rafforzare e orientare credenze e stereotipi.

 

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