A proposito di compiti…

0
125

La scuola è ripartita da più di un mese e sono ricominciati in modo regolare anche i compiti a casa. Torna così anche un familiare refrain: questi impegni sono un incubo o il naturale percorso verso l’autonomia?

L’argomento dei compiti è spinoso. Sia per i bambini, che a volte vivono i compiti con un grande senso di fatica, sia per le famiglie che assorbono tutta la fatica dei figli e la restituiscono all’interno e all’esterno, sia per gli insegnanti che lamentano che i compiti non vengono svolti efficacemente. In realtà, i compiti a casa sono un’occasione straordinaria per avviare il bambino nel percorso della sua autonomia e nello sviluppo dei processi di apprendimento. E che invece scatenano ansia da prestazione da parte di bambini – e genitori – diventando indubbiamente un’area calda della relazione genitori-figli.

Ma quale significato hanno, o almeno dovrebbero avere i compiti a casa? Teoricamente vengono assegnati per poter svolgere da soli a casa ciò che è stato spiegato in classe, con l’obiettivo di acquisire delle competenze e delle informazioni: per esercitarsi e memorizzare. L’esperienza talvolta racconta anche però di compiti assegnati a dismisura o utilizzati da alcuni insegnanti come punizione per un comportamento non adeguato della classe o di singoli individui, o usato comunque come minaccia (“se non state bravi vi assegno altri compiti”). E di certo ciò non aiuta e crea un effetto boomerang che si ripercuote sugli stessi insegnanti che si ritrovano studenti poco appassionati, che non svolgono i compiti o che non portano a scuola il materiale richiesto.

Designed by Freepik

Per fare un po’ di ordine e sciogliere i nodi di un argomento controverso, abbiamo intervistato due professionisti che da punti di vista diversi conoscono bene l’argomento. Piergiorgio Tagliani, psicologo e psicoterapeuta dell’Istituto di psicoterapia del bambino e dell’adolescente PsIBA (www.psiba.it), che collabora da vent’anni con il Centro di Psicologia Cospes di Milano (www.cospesmilano.it), sia per quanto concerne i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, sia le difficoltà scolastiche e comportamentali dei soggetti in età evolutiva; e Barbara Mussano, laureata in ingegneria presso l’Università di Torino, che da vent’anni insegna le materie scientifiche come insegnante privata. Per entrambi le parole chiave sono “fiducia” e “autostima”. Anche per i genitori, chiamati a differenziare le capacità scolastiche dei figli dalle proprie ansie di essere dei genitori perfetti.

 

Piergiorgio Tagliani, psicologo.

Lasciamoli sbagliare

Bisogna permettere ai figli di sperimentare la frustrazione, il timore di non riuscire, che attiva in loro la capacità di pensiero e, in ultima analisi, li costringe a superare l’ostacolo: un messaggio rivolto ai genitori che dovranno imparare per primi ad accettare che i propri figli vadano a scuola coi compiti sbagliati, incompleti, perché solo dai propri errori potranno sviluppare i processi di apprendimento. È quanto emerge dall’intervista a Piergiorgio Tagliani, psicologo e psicoterapeuta dell’Istituto di psicoterapia del bambino e dell’adolescente PsIBA, che da vent’anni collabora con il Centro di Psicologia Cospes di Milano, sia per quanto concerne i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, sia le difficoltà scolastiche e comportamentali dei soggetti in età evolutiva.

Quali sono le problematiche più ricorrenti (da parte dei bambini) relative al tema compiti: la difficoltà, la fatica, la paura del giudizio e, di conseguenza, il senso di inadeguatezza (“non ci riesco, non sono capace”)…?

Le problematiche sono varie e dipendono dalla situazione e dall’età. Indubbiamente il senso di inadeguatezza è spesso alla base delle resistenze dei bambini nell’attivarsi sui compiti. Spesso però il fattore ancora più importante è la scarsa tolleranza alla frustrazione a cui essi sono abituati sin dalle prime fasi si vita. Il non riuscire “subito”, il fatto che fare i compiti comporti una perdita di tempo, li induce a vivere i compiti come un ostacolo a tratti “insormontabile”: è frequente infatti che le maggiori resistenze scattino proprio quando devono avviarli, perché sembrano sempre “troppo lunghi” per loro. D’altro canto è sicuramente aumentata anche la complessità della richiesta scolastica, che rispetto al passato si concentra meno sulla memorizzazione e più sulla sintesi e il ragionamento. Senza contare il molto tempo passato a scuola dai bambini, che riduce giocoforza le loro capacità attentive e aumenta le resistenze quando, nel tardo pomeriggio o nel weekend, sono costretti a “riattaccare la spina”, sentendo la rinuncia al proprio tempo libero come un peso ulteriore.

 

Compiti sì o no? Anche i compiti a casa hanno un preciso significato pedagogico: cosa ne pensa?

I compiti hanno diverse funzioni che sostengono il lavoro svolto in classe. Innanzitutto rappresentano una cartina tornasole dell’autonomia degli allievi, che si trovano a riprendere concetti che all’interno del gruppo classe e in presenza del docente avevano in parte compreso, ma che ora devono essere acquisiti attraverso una “messa alla prova” delle competenze. Ciò permette un’interiorizzazione più efficace degli apprendimenti proprio perché non più veicolati dal contesto in cui sono stati trasmessi: “ma io da solo ci riesco?”. Inoltre i compiti assicurano, attraverso l’esercitazione, che si automatizzino alcuni processi, soprattutto in quelle materie cosiddette progressive (come la matematica) dove è fondamentale aver acquisito una base per gli apprendimenti successivi. A proposito del tempo pieno, si continua a discutere se sia esso lo spazio di ulteriori apprendimenti o se invece dovrebbe rappresentare un contesto in cui studiare e fare i compiti.

Aiutare i figli a fare i compiti: quanto è utile?

Si tratta di una questione molto complessa, che in questa fase storica produce risposte molto contrastanti: i docenti stessi spingono i genitori a un affiancamento sistematico dei figli, perché arrivino a scuola con i compiti eseguiti. D’altro canto, proprio perché non sono insegnanti, spesso i genitori finiscono per sostituirsi ai figli nello svolgimento dei compiti, non favorendo affatto la loro autonomia, ma rassicurandoli di andare a scuola “tranquilli”. È frequente che nei gruppi whatsapp genitori si cerchino confronti sulla soluzione di un problema di matematica, come se il compito fosse passato direttamente… a loro!

Come aiutare (aiutami a fare da solo, diceva Maria Montessori…)?

Appunto… è molto difficile educare all’autonomia, perché è un approccio pedagogico molto in contrasto con la fase storica che stiamo vivendo. Siamo in una società a codice materno, caratterizzata sempre più da una tendenza all’accudimento a oltranza della prole, all’anticipazione dei bisogni, che in questo modo non possono trasformarsi in desideri… Educare all’autonomia significa per i genitori, a loro volta, tollerare la frustrazione che un figlio non capisca, non riesca, senza cedere alla tentazione di suggerire o di sostituirsi a lui nelle risposte. Se ci chiedono di aiutarli noi dovremmo assicurare una presenza che sostenga, che stimoli alla riflessione senza sovrapposizioni: “aspettare che imparino”, insomma. Ma, ripeto si tratta a sua volta di un compito educativo molto complesso, perché noi stessi viviamo la fatica a tollerare la frustrazione.

 

La “solitudine” dello studio: come gestirla?

Proprio la solitudine dello studente a casa, come già accennato, rappresenta la base per lo sviluppo di un’autonomia che, con il procedere dei cicli, diventa sempre più indispensabile. D’altro canto, sappiamo bene quanto sia difficile stare da soli con la fatica di studiare: spesso i figli ci chiedono una “presenza”, per la maggior parte delle volte non realmente supportiva sul piano pratico, ma di contenimento all’ansia di non riuscire. Ecco che le cucine divengono spesso gli ambienti più frequentati dagli studenti, che pretendono questa indaffarata presenza affettiva che, lungi dal distrarli, permette loro di concentrarsi più efficacemente. In qualche caso è come se ci chiedessero di fare da “controllo esterno” alle loro emozioni dirompenti, in modo che possano rivolgere la loro attenzione ai libri e non al mondo circostante.

Lasciare che trovino il loro modo per concentrarsi: e se è per terra o a gambe in su va “bene” lo stesso?

In relazione a quanto detto sopra, “dove e come” studiare dipendono molto dal bambino e dalle sue inclinazioni: alcuni hanno bisogno di ambienti insonorizzati, magari lontani dalla presenza di fratelli molesti, altri come detto cercano invece una comunità (compagni, genitori) in cui trovare la concentrazione. Per non parlare degli adolescenti e del multitasking cui si sottopongono (ma quanti di noi studiavano con la radio accesa?!). Alcuni bambini molto vivaci sono penalizzati dall’immobilità che le regole scolastiche impongono quotidianamente: il loro bisogno di muoversi non sempre rappresenta un fattore di distrazione, ma talvolta è la valvola di sfogo per un’energia “supplementare” che altrimenti impedirebbe loro di focalizzare l’attenzione. Per terra, sul letto, ma anche con una pallina in mano… basta che si concentrino!

I compiti a casa come un banco di prova delle relazioni in famiglia: osserviamo la fatica del genitore a gestire l’errore del figlio, il tema del “controllo” del genitore e la relazione di questo atteggiamento rispetto all’autostima del figlio. Come aiutare bambini e famiglie?

La scuola in generale e i compiti a casa in particolare sono diventati indubbiamente l’area più calda della relazione genitori-figli: sin dal ciclo primario i week end sono spesso lo scenario in cui si svolge il dramma che si trascinerà per molti anni a venire. Fuori dalle scuole i genitori attendono con ansia, il venerdì, la “lista nera” sul diario, il cui peso potrebbe rappresentare il termometro degli stati d’animo familiari. Come detto, il fatto che i genitori siano investiti di un ruolo di tutoring nei confronti dei bambini li induce a controllarli e spesso a diventare maestri tout court. I figli a loro volta sono sottoposti al doppio giudizio: quello dei genitori, che li correggono, e quello invece che dovrebbe essere il lavoro dei docenti. A questo proposito, è difficile per mamma e papà fronteggiare gli errori dei figli, che diventano orrori perché risuonano in loro. Da un lato un bambino che non riesce a risolvere un problema induce un’identificazione con l’alunno che ciascuno di noi è stato e che ha quindi sofferto per la propria inadeguatezza. Dall’altro, è come se le difficoltà di un figlio facessero sentire quel genitore un po’ meno “capace”, come se la scuola potesse giudicare anche le competenze genitoriali… In questo senso, è importante fare i conti con il proprio “alunno interno” (che studenti siamo stati? Come abbiamo vissuto i rimproveri dei maestri?), e nel contempo differenziare le capacità scolastiche dei figli dalle nostre ansie di essere “genitori perfetti”.

Consigli?

Riteniamo che la regola più importante, in senso assoluto, sia quella di “lasciarli sbagliare”, cioè di permettere loro di sperimentare la frustrazione, il timore di non riuscire, che attiva in loro la capacità di pensiero e, in ultima analisi, li costringe a superare l’ostacolo. Come in tutte le altre fasi della vita, dobbiamo essere un po’ meno preoccupati che si “facciano male”, perché tutte le misure preventive che attiviamo possono danneggiare il loro senso di efficacia. L’ansia che non ce la possano fare (e che perciò NOI abbiamo fallito) rappresenta un ostacolo alla loro crescita: dobbiamo imparare noi per primi ad accettare che vadano a scuola coi compiti sbagliati, incompleti, perché solo dai propri errori potranno sviluppare i processi di apprendimento. Ricordandosi, d’altro canto, che ciò che avranno prodotto da soli accrescerà la loro autostima ben di più che un lavoro perfetto… fatto da mamma o papà.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here