Istruzioni per un buon design

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Photo Credit Max Rommel

Sensibilità, intuito e una rete di rapporti umani. Se vuoi fare design servono queste tre carte. Parola dell’architetto e designer Matteo Ragni. Per lui, dopo Internet, gli strumenti per lavorare sono ancora penne, matite e taccuini.

Photo Credit Max Rommel

 

Nel 2001, a soli 29 anni e con la posata usa e getta Moscardino, è stato tra i più giovani architetti a conquistare un Compasso d’Oro e 13 anni dopo è tornato a doppiare il successo con un progetto di grafica per tombini da strada. Nel mondo del design Matteo Ragni ha quindi da tempo raggiunto un meritato spazio. Ma la notorietà non ha cambiato il suo approccio a questa professione. Il motivo? Aver capito subito “l’importanza di ascoltare, parlare, incontrarsi e contaminarsi con nuove idee” inventando ogni volta un progetto nuovo, non tanto legato al prodotto, ma al progettare relazioni.

Il progetto viene poi realizzato con strumenti tecnologici e tradizionali ma costituisce un percorso intermedio, mentre il prodotto è il risultato finale di un lavoro molto più ampio. Perché la creatività scaturisce da scintille che si accendono dal confronto con la realtà e con gli altri. Non a caso, dal disappunto per la troppa plastica che circonda i suoi figli, oggi produce una linea di macchinine giocattolo in legno e collabora a diversi progetti per formare i più piccoli sul valore dell’inventiva self made con l’uso di materiali naturali e riutilizzabili.

 

Cosa significa essere designer?

Penso che il designer deve essere come un sensitivo. Deve cioè avere delle antenne come quelle delle lumache che ascoltano il futuro e intuiscono esigenze non ancora espresse, cercando poi di dare forma a strumenti che, in qualche modo, risolvono la vita. Le osservazioni giuste vengono fuori anche facendo una chiacchierata davanti a un caffè, sfogliando una rivista o pensando alle vacanze… è proprio da questi corto circuiti che nascono concetti, magari non sempre innovativi, però giusti per iniziare a sviluppare un progetto.

 

Come avviene l’inizio di un progetto?

Si parte sempre dalla parola, dal guardarsi e parlare. Anche l’imprenditore stesso è disorientato da un fiume di proposte che spesso non tengono conto dell’identità dell’azienda. Io progetto volentieri, ma solo dopo una prima fase di conoscenza. Cerco cioè di capire quali sono le volontà del cliente e la conoscenza diretta è secondo me una cosa molto bella perché prescinde dal design di prodotto. Il design di prodotto, quello che si fa attraverso un progetto su carta, diventa la parte finale, la punta dell’iceberg, prima infatti c’è un lavoro molto più ampio, quasi di psicoanalisi.

 

Quanto è importante utilizzare gli strumenti giusti?

La connessione globale ha modificato per sempre il nostro modo di interagire e la stessa idea di lavoro. Ecco perché, prima di ogni altra cosa, anche per questa professione è fondamentale poter accedere alla rete. In ufficio senza connessione? Per me, e per come è ormai strutturato il mondo del lavoro, appare impensabile. Non è questione di dipendenza, ma di saper governare le potenzialità dei mezzi tecnologici mettendoli da parte quando serve altro.

Tu quindi non rinunci alle matite e alla carta…?

Il primo gesto di un progetto è senz’altro il disegno sulla carta. Non sono un collezionista di prodotti particolari però per disegnare utilizzo le matite. Io stesso ne ho progettata una serie in collaborazione con l’azienda di produzione di legno composto ALPI. Qui alla Milano Design Factory abbiamo un laboratorio di modellistica dove si lavora molto col cartoncino e per i colori usiamo le matite acquarellate Caran d’Ache. La rappresentazione digitale spesso vale più di uno schizzo, ma i disegni più belli sono quelli imprecisi, passivi di miglioramenti. Io li faccio sempre con la penna PILOT 04, lo strumento che utilizzo di più insieme al temperamatite a manovella, che è il mio preferito.

E cos’altro non manca mai?

Per buttare giù le idee ho sempre scarabocchiato sui taccuini, tanto che ne ho inventato uno tutto mio. È una provocazione nata per un corso universitario in cui ho pensato di fornire agli studenti uno strumento bibliografico insolito. Si tratta di un libricino, con una breve introduzione, che si intitola “Manuale di metodologia progettuale”, ed è edito da Corraini, ma è fatto di pagine bianche da riempire… con il proprio viaggio progettuale.

Le dimensioni come le controlli?

Ho un righello metallico. È quello il mio riferimento. Anche perché dal maestro Carlo Pagani, allievo di Gio Ponti, ho imparato a tenere il decimetro nel taschino. Lui mi ha insegnato a controllare anche il mezzo millimetro. L’approccio del designer è infatti quello di riconoscere una buona proporzione e a volte, in oggetti molto piccoli, la minima misura può cambiare tutto. Per esempio fa la differenza sul profilo di una maniglia o di un cucchiaino.

 

Oggi al progetto industriale affianchi la tua produzione a marchio TobeUs. Di cosa si tratta?

È un progetto nato da un gesto di ribellione nei confronti del consumismo. Troppo giochi in plastica circondavano i miei figli e da lì è partita l’idea di una produzione di macchinine di design ricavate dal legno massello profumato, con forme semplici e superfici che si possono personalizzare col colore. Ma soprattutto ha preso il via la promozione di un manifesto: “100% TobeUs Matteo Ragni: Manifesto del far macchinine… insieme”, un messaggio a favore della creatività sana e sostenibile, che è diventata poi una mostra itinerante internazionale. Con TobeUs siamo andati prima a NY poi Mosca e siamo tornati da poco da Santiago…

Qual è il concept?

La macchinina è l’icona del giocattolo, e con questo design diventa testimone di un valore per parlare ai bambini di consumo consapevole. Ora siamo arrivati a 150 modelli interpretati da diversi creativi. Quelle in vendita sono soltanto 12  – la prima serie e la limited edition, quella dei Maestri (i cosiddetti nonni del design) – e ogni volta che arriviamo in una città straniera aumentiamo di 10 modelli firmati da designer del posto e con l’uso di un legno autoctono.

 

Come lo stai sviluppando?

Con lo stesso spirito, e per trasmettere il gusto di provare a trovare consapevolezza nel progettare, in collaborazione con Essent’ial abbiamo sviluppato un kit di cartone scaricabile su sito web www.tobeus.it per far giocare i bambini e farli divertire insegnando loro che, da una sagoma di partenza, puoi disegnare il tuo modello e farlo tuo. Queste macchinine di cartone sono un modo per interrogarci su cosa può essere un giocattolo, spiegando al bambino che il gioco non deve essere solo un iPad, ma esiste anche la parte fisica analogica per giocare.

In che modo raggiungi il target dell’infanzia?

Io faccio già laboratori, sia nel mio studio sia nelle scuole, promuovendo progetti innovativi che combinano arte e creatività. Con le TobeUs siamo andati anche al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano dove cinquemila bambini all’anno sono coinvolti in laboratori, per insegnare alle persone che non sono designer cosa vuol dire avere un oggetto che dura nel tempo: un prodotto che puoi modificare, aggiustare e personalizzare.

 

Potrebbe interessare anche le cartolerie?

Sempre con il brand Essent’ial, specializzato in accessori per il food e il fashion in materiali riciclati, abbiamo pensato anche ai quaderni firmati TobeUs o astucci porta matite che si possono colorare e personalizzare.  Attualmente Essential vende nei concept store, a me piacerebbe anche entrare nelle cartolerie. Abbiamo già iniziato a fare dei piccoli ragionamenti e con il manuale di Corraini siamo già aperti al mondo delle librerie.

 

Prossimi progetti?

Ultimissimo progetto che vorremmo presentare con Essent’ial, a gennaio a Maison&Objet Parigi e HOMI Milano è una food bag in cartotecnica. È un modo diverso di intendere la doggy bag – il sacchetto con gli avanzi di cibo – che ora può diventare più fashion e la gente può richiedere in maniera più esplicita.

 

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